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Vulnerabilità: espressione di vera leadership

Vulnerabilità: espressione di vera leadership

Essere consapevoli delle proprie “incapacità” e accettarle ha in sé la ricerca del miglioramento e del rinnovamento. É espressione di vera leadership.

I recenti fatti di cronaca, gli accadimenti e le notizie che apprendiamo ogni giorno ci portano a chiederci se i leader che ci guidano siano davvero tali. Se siano dotati di tutte le competenze e le doti necessarie ad assolvere al meglio il difficilissimo compito loro assegnato.
Il momento di incertezza e impasse che stiamo vivendo non dipende forse anche da una crisi strutturale di leadership, che tocca i molti centri di potere, non solo della vita pubblica, ma anche del sistema privato e aziendale?

Non si può prescindere da questa considerazione per una questione di assunzione di sana responsabilità e di rifiuto di quella paralizzante cultura dell’alibi, che nega la vulnerabilità e vede solo in eventi terzi la causa di insuccessi e fallimenti.
Il divenire consapevoli delle proprie “incapacità” e l’accettarle ha in sé la ricerca del miglioramento e del rinnovamento, grazie a cui è possibile svolgere con pienezza il ruolo al quale si è chiamati, con totale responsabilità, anche quando il successo non è assicurato.

E’ evidente che un sistema alimenta la cultura della responsabilità quando si dota di meccanismi che incentivano la meritocrazia e, come rovescio della stessa medaglia, l’attivazione della sanzione, intesa come corretta imputazione delle conseguenze del proprio agire.
I bachi del sistema risiedono probabilmente tanto nel meccanismo di incentivazione quanto nel meccanismo sanzionatorio.

Per chi come noi si occupa di accompagnare lo sviluppo e la crescita delle capacità delle persone, in particolare rispetto a una competenza della leadership così delicata come la negoziazione, che ha in sé il senso della responsabilità come valore intrinseco, il tema è dirimente.
Il nostro lavoro ci porta da tanti anni all’interno delle aziende, a vivere accanto ai loro uomini e alle loro donne e a raccoglierne gli umori. Spesso abbiamo avvertito un profondo senso di smarrimento e di demotivazione, acuito ulteriormente da una sensazione di mancanza di regole del gioco chiare, ma anche di giocatori capaci, di una guida che costituisca un saldo punto di riferimento. Complice di ciò sicuramente anche la situazione istituzionale nazionale e internazionale del Paese, con tutte le sue implicazioni.

L’etimo delle parole ci può, forse, aiutare a riprendere il filo. La parola “autorità”deriva dal latino “augere“, ossia far crescere, e attribuisce all’esercizio dell’autorità un significato profondo di “servizio”.
Non a caso il titolo di “Augusto” venne riconosciuto a coloro che avrebbero accresciuto, con l’esercizio del loro potere, il benessere e la prosperità della società romana.
Non a caso il declino dell’Impero Romano è iniziato quando al titolo di Augusto è prevalso quello di Imperatore (“imperare” comandare), legato ad un concetto di primarietà fondata sui privilegi, non guadagnati grazie ad un avveduto esercizio del comando, ma per ereditarietà o supremazia della forza.
C’è una potenza enorme nella parola “augere”, perché racchiude in sé il concetto di responsabilità del comando e di meritocrazia.

In tutto questo però sembra essersi perso tanto il “senso dell’umano” quanto il “senso dell’agire” e delle conseguenze che le condotte hanno, e quindi delle responsabilità che ne discendono.
Si tende diffusamente a negare la responsabilità con conseguenze e implicazioni ancora più gravi, che minano i principi della meritocrazia e infettano il sistema, dall’alto verso il basso.
Ancora di più significa negare la grandezza della vulnerabilità dell’essere umano, unico vero elemento che lo accomuna a tutti i suoi simili.

Un’apprezzata ricercatrice americana del Huston Graduate College of Social Work, Brenè Brown, autrice del best seller Daring Greatl: how the courage to be vulnerable transforms the way we live, love, parent and lead, ha messo in luce, l’importanza della vulnerabilità: ammetterla sembra comportare nell’essere umano una sensazione di auto esclusione rispetto al contesto e di timore di perdita di connessione con chi lo vorrebbe infallibile.

Il senso di vulnerabilità, indagato da Brown in una decina di anni, attraverso migliaia di interviste ha permesso di individuare due categorie di persone, quelle che hanno un “sense of worthiness” e quelle che ne sono prive.
Le prime sono risultate vivere meglio. La ricercatrice americana ha poi cercato di capire perché alcune provino questo senso di dignità e altre no; è emerso che coloro che ne dispongono pensano semplicemente di meritare di essere amate. Ciò che le accomuna nel profondo è il riconoscimento della propria vulnerabilità. Pensano che quello che le rende vulnerabili le rende belle e ne parlano come qualcosa di necessario.

Allora, ci si chiede, perché tutti respingiamo questo senso di vulnerabilità? Siamo i soli a viverla? Non proprio. Perché mai nessuno dice “Ho sbagliato, adesso aggiusto”?
L’idea è che si cerchi di anestetizzare questa emozione, nascondendola a noi stessi e agli altri.
Non ammettiamo di aver sbagliato, così gli altri non si accorgeranno della nostra vulnerabilità e continueremo a essere connessi e così via con un sistema che si autoalimenta, generando frustrazioni individuali e inefficienze collettive.

Un’altra via, peraltro liberatoria, potrebbe essere quella di riconoscersi vulnerabili, dove la vulnerabilità è intesa come qualcosa che rende vivi e ci accomuna agli altri, sprigiona energia e potenzialità.
E fa dire, a chi si occupa di negoziazione, che forse questa comunanza fondata sulla vulnerabilità aiuterebbe le persone a parlare di meno e ascoltare e comprendere di più le ragioni e i bisogni degli altri, grazie a quella comunanza di fondo che rende tutti indistintamente meritevoli di inclusione.

Al contempo contribuirebbe a restituire un senso pieno e vigore alla parola autorità e alla interpretazione fattiva di una leadership che si possa definire responsabile e costruttiva.

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Lunedì, 09 Gennaio 2017. Postato in Risorse umane, Soft Skill, Leadership, Gestione aziendale

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